HOLLANDA, Bernardo Borgues Buarque de; AQUILAR,  Onésimo Rodríguez (eds.). Torcidas Organizadas na América Latina. Rio de Janeiro: 7Letras, 2017, 232 pp. Resenha de: FERREIRA, Daniel Vinícios. Diacronie Studi di Storia Contemporanea v. 42, n. 2, 2020.

L’America Latina comprende buona parte del continente americano: il suo concepimento teorico, tuttavia, sarebbe sorto solamente nel XIX°secolo; una differenza radicale che si riscontra non soltanto rispetto all’Europa, ma anche guardando agli Stati Uniti1. Nell’ambito della cultura sportiva il calcio si sarebbe reso protagonista tra i latino-americani e da esso sarebbero sorte a partire dalla seconda metà del Novecento formazioni di tifosi associate alle sottoculture giovanili.

Nel campo scientifico brasiliano sono dei pionieri degli studi sul tifo Roberto Da Matta (riguardo alla rappresentazione di politica e democratica) e Simoni Guedes. Per quel che riguarda gli studi più recenti vale la pena menzionare quelli di Ronaldo Helal, Victor de Andrade Melo, Arley Sander Damo, Gilmar Mascarenhas, Irlan Simões e Bernardo Borges Buarque de Hollanda, i quali si occupano della storia del tifo, delle identità e configurazioni delle tifoserie (come nel caso delle tifoserie organizzate), degli stadi (e delle loro trasformazioni) in Brasile.

È in questo tentativo di pensare in maniera critica il tifo latino-americano che ci si presenta il lavoro Torcidas Organizadas na América Latina, curato dai ricercatori Bernardo Buarque de Hollanda (Brasile) e Onésimo Rodriguez Aguilar (Costa Rica), entrambi autori di riferimento per il tema. L’opera in oggetto è anche il risultato di alcuni incontri accademici sulla questione, a riprova dello sforzo tuttora in atto di colmare una lacuna di opere sul tema e favorire la reciproca conoscenza tra i ricercatori che si occupano di calcio in America Latina.

Il libro riunisce nove articoli, frutto di ricerche sviluppate in contesti differenti, ma raccolte in una pubblicazione collettanea pensata per il pubblico brasiliano. Gli autori differiscono quanto alla formazione scientifica, benché a prevalere nelle analisi sia uno sguardo storico-antropologico. A partire da questioni specifiche (come la violenza), essi cercano di svelare i complessi significati socio-culturali implicati nel tifo organizzato presso i gruppi giovanili in diversi paesi del subcontinente.

Sílvio Aragón, antropologo e professore dell’Universidade Nacional do Mar de Plata (Argentina), analizza il rapporto tra i mutamenti politici in Argentina e la trasformazione delle soggettività e dei processi di socializzazione delle tifoserie, avendo come focus la comprensione della violenza in questi collettivi. L’esperienza considerata da Aragón è quella della barra2 brava La Gloriosa Butteler, legata al Clube Atlético San Lorenzo del quartiere Almagro (Buenos Aires). Il contesto neoliberale avrebbe contribuito ad esacerbare l’individualismo sul piano sociale corrodendo i vincoli tradizionali, esacerbando nella contesa le differenze/alterità, condizione, questa, che diviene maggiormente drammatica per quegli individui in difficoltà sul piano sociale o economico. Per quel che riguarda i clubs, questi avrebbero gradualmente perduto il loro carattere associativo per promuovere sempre più la logica consumista. Tra i tifosi, invece, i vecchi vincoli ed impegni collettivi più ampi, che favorivano generalmente il legame con la sinistra peronista, avrebbero ceduto il passo a sempre più intense ed aggressive lotte per il potere all’interno della tifoseria. In tale contesto la violenza all’interno o tra gruppi di barras sarebbe gradualmente divenuta sempre più naturale e banale. Questa violenza – associata a identità plasmate da una certa idea di mascolinità – rimetterebbe a concetti razionali (come l’idea di aguante3), e renderebbe possibile l’acquisizione di uno status all’interno della barra, non riflettendo così qualcosa di accidentale o irrazionale.

Marcelo Faria Guilhon, scienziato sociale e laureato in Giurisprudenza, svolge un’analisi circa la traiettoria storica delle tifoserie organizzate in Brasile attraverso la considerazione della violenza e del trattamento legislativo riservato a questi gruppi da parte dello Stato. Guilhon mette in risalto il modo in cui la forma-tifoseria si origina durante gli anni in Brasile con la popolarizzazione e massificazione del calcio nei principali centri del Paese (anni Venti e Trenta). Proprio dalle tifoserie avrebbe cominciato a prevalere, tra le tribune del Paese, un ethos più attivo e performativo. Per quel che riguarda invece le tifoserie organizzate, queste avrebbero avuto la loro origine negli anni Trenta per poi toccare l’apice negli anni Ottanta, quanto i collettivi sarebbero divenuti numerosi e avrebbero cominciato ad esercitare un’influenza politica nei clubs. Tali

3 Il termine è traducibile come “resistenza, sopportazione”. Il concetto di aguante è fondamentale per comprendere l’ethos del tifoso delle cosiddette barras-bravas in América Latina. Tale concetto ritrova la sua matrice nelle tifoserie argentine – la più influente ed estesa in America Latina (in Brasile a prevalere è invece il modello delle tifoserie organizzate). Aguante sarebbe dunque um concetto polisemico dalla connotazione positiva, in generale associato al corpo e alle varie forme assunte dalla capacità del tifoso di donarsi al suo club collettivi risulterebbero intimamente associati alla cultura popolare (come il samba e il carnevale). Nel contesto della dittatura militare anche queste tifoserie fecero proprie strutture gerarchizzate e burocratizzate. La violenza (che era sempre esistita nel calcio) si sarebbe ulteriormente intensificata con l’emergere di un’estetica e di un comportamento più aggressivi tra i gruppi, un fenomeno in seguito rafforzato dal contesto neoliberale e dalla diffusione di «tribù urbane» (nell’intero paese), note per l’uso della corporeità nelle loro espressioni (fatte di musica e danza, come nel punk e nell’hip-hop). Osservando la legislazione Guilhon afferma che lo Statuto del Tifoso4 ha normato la concezione del tifoso in quanto cittadino e consumatore. In una nuova legge (del 2010, precedente alla Coppa del Mondo e alle Olimpiadi brasiliane) sono stati inseriti nuovi dispostivi che avrebbero trattato direttamente delle tifoserie organizzate, rendendo peraltro possibile che le responsabilità ricadessero sui gruppi (e non sugli individui) per quegli atti che si fossero verificati all’interno della tifoseria. Il ricercatore pone l’accento sul disaccordo di questa legge con i princìpi costituzionali (e coi diritti fondamentali) del paese, oltre a metterne in risalto la probabile inefficacia. Arriva quindi alla conclusione per cui la legislazione rivela presupposti ingannevoli in un contesto di caro biglietti, nuovo formato degli stadi e in cui viene imposto una nuova modalità di tifare contrapposta alla tradizione culturale di tifo delle classi popolari.

Miguel Cornejo, professore presso la Facoltà di Educazione dell’Università di Concepción (Cile), ci offre un articolo che si concentra sulla natura socio-identitaria delle barras in Cile e sulla questione della violenza. Sarebbe proprio quest’ultima ad essere aumentata sino a salire alla ribalta a partire dalla fine del XX secolo. Il comportamento radicale dei barristas (maggioritariamente giovani uomini di classe bassa) sarebbe complesso e dovrebbe essere inteso quale espressione all’interno di una configurazione di relazioni complesse, della quale fa parte l’atomizzazione degli individui in un contesto più ampio di globalizzazione e corrosione del concetto di cittadinanza. In Cile spiccano due barras principali, Los de Abajo (Universidad Catolica) e Garra Blanca (Colo-Colo). Cornejo sostiene che i giovani barristas, socialmente emarginati, si sarebbero appropriati degli stadi di calcio, potendosi sentire lì protagonisti e liberi, accolti in una comunità. Il calcio avrebbe così rivestito un ruolo centrale nelle loro vite, definendone identità, alterità, gruppi di appartenenza e linee di conflitto. I clubs e i dirigenti si sarebbero avvalsi di questo appoggio senza però conferire alle barras una responsabilità istituzionale. Per quel che riguarda la legislazione, il ricercatore mette in rilievo leggi e programmi atti ad impedire e punire la violenza a partire dal 1994, ma che non avrebbero compiuto grandi passi in avanti. Per il 2012 sono messe in rilievo nuove modifiche normative, ispirate a modelli europei, con le quali si proibisce ai tifosi di portare oggetti (quali estintori5, striscioni e fumogeni) e si promuove il collettivi risulterebbero intimamente associati alla cultura popolare (come il samba e il carnevale). Nel contesto della dittatura militare anche queste tifoserie fecero proprie strutture gerarchizzate e burocratizzate. La violenza (che era sempre esistita nel calcio) si sarebbe ulteriormente intensificata con l’emergere di un’estetica e di un comportamento più aggressivi tra i gruppi, un fenomeno in seguito rafforzato dal contesto neoliberale e dalla diffusione di «tribù urbane» (nell’intero paese), note per l’uso della corporeità nelle loro espressioni (fatte di musica e danza, come nel punk e nell’hip-hop). Osservando la legislazione Guilhon afferma che lo Statuto del Tifoso4 ha normato la concezione del tifoso in quanto cittadino e consumatore. In una nuova legge (del 2010, precedente alla Coppa del Mondo e alle Olimpiadi brasiliane) sono stati inseriti nuovi dispostivi che avrebbero trattato direttamente delle tifoserie organizzate, rendendo peraltro possibile che le responsabilità ricadessero sui gruppi (e non sugli individui) per quegli atti che si fossero verificati all’interno della tifoseria. Il ricercatore pone l’accento sul disaccordo di questa legge con i princìpi costituzionali (e coi diritti fondamentali) del paese, oltre a metterne in risalto la probabile inefficacia. Arriva quindi alla conclusione per cui la legislazione rivela presupposti ingannevoli in un contesto di caro biglietti, nuovo formato degli stadi e in cui viene imposto una nuova modalità di tifare contrapposta alla tradizione culturale di tifo delle classi popolari.

Miguel Cornejo, professore presso la Facoltà di Educazione dell’Università di Concepción (Cile), ci offre un articolo che si concentra sulla natura socio-identitaria delle barras in Cile e sulla questione della violenza. Sarebbe proprio quest’ultima ad essere aumentata sino a salire alla ribalta a partire dalla fine del XX secolo. Il comportamento radicale dei barristas (maggioritariamente giovani uomini di classe bassa) sarebbe complesso e dovrebbe essere inteso quale espressione all’interno di una configurazione di relazioni complesse, della quale fa parte l’atomizzazione degli individui in un contesto più ampio di globalizzazione e corrosione del concetto di cittadinanza. In Cile spiccano due barras principali, Los de Abajo (Universidad Catolica) e Garra Blanca (Colo-Colo). Cornejo sostiene che i giovani barristas, socialmente emarginati, si sarebbero appropriati degli stadi di calcio, potendosi sentire lì protagonisti e liberi, accolti in una comunità. Il calcio avrebbe così rivestito un ruolo centrale nelle loro vite, definendone identità, alterità, gruppi di appartenenza e linee di conflitto. I clubs e i dirigenti si sarebbero avvalsi di questo appoggio senza però conferire alle barras una responsabilità istituzionale. Per quel che riguarda la legislazione, il ricercatore mette in rilievo leggi e programmi atti ad impedire e punire la violenza a partire dal 1994, ma che non avrebbero compiuto grandi passi in avanti. Per il 2012 sono messe in rilievo nuove modifiche normative, ispirate a modelli europei, con le quali si proibisce ai tifosi di portare oggetti (quali estintori5, striscioni e fumogeni) e si promuove il questi vengono

controllo delle relazioni tra barras e clubs. L’autore conclude argomentando le ragioni per cui il problema della violenza è più complesso e richiederebbe altre misure per essere affrontato meglio, come ad esempio ripensare il ruolo delle barras, la promozione di politiche pubbliche di inclusione e il miglioramento delle infrastrutture degli stadi.

Alejandro Villanueva Bustos, sociologo con una formazione pedagogica, sviluppa invece un’analisi critica sulle barras colombiane e sulla questione della violenza. Bustos afferma che se la relazione barras/violenza in Colombia risale al 1990, soltanto dieci anni dopo lo Stato decise di proporre delle politiche su questo tema. La violenza nel calcio si verificherebbe al di là del contesto degli stadi e delle partite, dal momento che è presente anche nei quartieri e può essere legata ad altri problemi come le bande criminali urbane. Nel 2004 il governo lanciò un progetto (“programmi di convivenza”) a Bogotá per occuparsi del problema. Tale progetto ha visto riuniti vari attori sociali, tra cui alcuni rappresentanti delle barras, avente per base un comitato il cui scopo era la condivisione della responsabilità nella risoluzione del problema a partire dalla convivenza/tolleranza tra le barras e dall’inclusione dei suoi membri. Il già citato decreto sarebbe divenuto, nel 2009, la base per un’altra legge – questa volta applicata all’intera Colombia – che estese il modello delle commissioni e dei “programmi di convivenza” all’intero Paese (agendo in maniera integrata e preventiva). Questo comportò peraltro nuove limitazioni e regole per gli spettacoli sportivi con l’emergere di un protocollo nazionale per standardizzare e regolamentare la gestione delle tifoserie, dando così origine a El estatuto del Hincha o el aficionado (2012). Il ricercatore valuta positivamente questi progetti, in quanto avrebbero reso possibile una diminuzione della violenza. Ciononostante il lavoro dovrebbe essere intensificato, sia attraverso un maggiore impegno dei clubs e delle barras, sia rivolgendo l’attenzione ad altre istanze sociali (come un’educazione di buon livello, il lavoro e l’offerta per il tempo libero dei giovani).

Onésimo Rodríguez Aguilar, antropologo e professore presso la Scuola di Antropologia dell’Università della Costa Rica, conduce un’analisi socio-storica sulla barra della Costa Rica (La Ultra Morada) sorta nel 1995 ed associata al club Deportivo Saprissa (Prima divisione). Egli tratta dei conflitti (l’uso e le pratiche di potere) verificatisi all’interno della barra nel corso degli anni per il suo controllo. I suoi principali leaders (8), che sostenevano la presidenza, si denominavano “cavalieri della tavola rotonda” e provenivano da due grandi aree della città di San José: Los del Sur (area più popolare) e Los del Norte (area più di classe media). In tali conflitti il bene comune e la lotta di classe avrebbero dominato i repertori retorici delle due fazioni in lotta, il cui fine comune era il dominio autoritario e il controllo soggettivo della massa dei tifosi, a vantaggio di un gruppo dirigente. Queste contese avrebbero avuto come sfondo una formazione eterogenea ed instabile di collettività, ma anche di appartenenze, lealtà e identità. Aguilar conclude affermando che la barra era un collettivo con un’organizzazione politica complessa, con rivalità complesse (al di là degli spazi ludici) e perciò molto distante da qualsiasi presupposto di omogeneità.

Jacques Ramírez Gallegos, professore dell’Instituto del Altos Estudios Nacionales (IAEN) dell’Ecuador, tratta delle barras dell’Ecuador (sorte nell’ultimo trentennio del XX secolo e che guadagnarono forza negli anni Novanta) soffermando la sua attenzione sul tema della violenza. Egli fa qui riferimento ad alcune barras legate ai principali clubs del Paese (a Quito e Guayaquil). Gallegos mette in risalto il fatto che la comprensione della violenza nel calcio ecuadoriano non può prescindere dal prendere in considerazione il tema del regionalismo: il bipolarismo politico-economico (ed urbana) tra le due principali città dell’Ecuador (Quito e Guayaquil) e la stessa difficoltà storica del paese di consolidarsi in uno Stato-nazione centralizzato, cosa ha avuto ripercussioni sul mantenimento di forti regionalismi (e per estensione sull’organizzazione provinciale del calcio). Oltre a ciò, l’autore analizza l’ascesa stessa delle barras ed i contenuti sociali che coinvolgono i giovani barristas, come la simbologia della mascolinità, del successo, del sessismo, dell’omofobia e del razzismo contro gli afroamericani e/o indios. Un simile percorso sarebbe stato più volte trascurato dal potere pubblico ecuadoriano che, a partire dal XXI secolo avrebbe cercato di promuovere misure per combattere la violenza (come punizioni più rigorose e miglioramento degli stadi), seppur sulla base di proposte superficiali.

Gli antropologi Roger Magazine (professore dell’Universidad Iberoamericana di Città del Messico) e Sergio Fernández Gonzállez (professore dell’Universidad Autónoma Metropolitana di Xochimilco) ci offrono un’analisi sulla trasformazione delle tifoserie in Messico tra il 1995 ed il 2014, quando le tradizionali porras6 vennero gradualmente sostituite dalle barras. Sottolineano il fatto che, in tale processo, vi fu un mutamento nelle forme di potere all’interno dei gruppi di tifosi e una barrificazione dei quartieri messicani: in altri termini, la territorialità di queste località cominciò ad essere permeata dalla simbologia e perfino dalle contese tra le barras. Magazine e González affermano inoltre che la trasformazione del tifo in Messico si era verificata parallelamente (venendone a sua volta influenzata) alla transizione stessa della società messicana, storicamente associata al corporativismo clientelare statale, nella direzione di una società più autonoma – ma anche atomizzata e caratterizzata da un maggiore iato tra ricchi e poveri – in un contesto che era già quello della globalizzazione e delle politiche neoliberali. I ricercatori arrivano a considerare le barras alla stregua di spazi alternativi per l’espressione della cultura popolare in Messico – ed anche del divenire plurale e della democratizzazione dell’urbe – e che tuttavia finirono per essere stigmatizzate come icone della violenza da parte di vari settori della società, il cui giudizio risente di una prospettiva classista. Un’interpretazione errata ed eccessiva, giacché la violenza nel calcio sarebbe legata alla complessità di tanti altri fattori.

I sociologi Aldo Panfichi, professore presso la Pontificia Università Cattolica (Perù) e Jorge Thieroldt, professore presso l’Università del Kansas (Usa), offrono un’analisi (comparativa e storica) della relazione tra calcio e identità in Perù. L’esperienza analizzata è quella del club Alianza Lima e del Clube Universitário de Deportes. Gli studiosi sottolineano come l’Alianza Lima sia storicamente legata ai neri, ai meticci e ai settori popolari e consacrata all’immaginario di un calcio più estetico. L’Universitário sarebbe invece il club degli universitari e della classe medio-alta, dedito a un calcio più muscolare nel gioco. Il classico avrebbe conosciuto la sua ascesa alla fine degli anni Venti, diventando da allora sempre più importante. Nell’ultimo trentennio del Novecento sorsero le barras associate ai clubs. In uno scenario segnato da convulsioni politiche, autoritarismo, impoverimento e corruzione, il calcio avrebbe canalizzato le rivalità sociali e sarebbe servito anche all’esercizio di distinte forme di violenza fisica e simbolica da parte dei gruppi giovanili emergenti. Nel contesto delle barras, la vecchia dicotomia che rappresentava le identità e le rivalità tra i clubs sarebbe stata risignificata a partire da alcune persistenze.

La collettanea si chiude con un articolo di Leonardo Mediondo, professore di sociologia presso l’Università Ort (Uruguay). Mediondo tratta delle barras e dei tifosi uruguaiani, concentrandosi su due clubs: il Clube Atlético Peñarol ed il Clube Nacional de Futebol. In un breve testo non suddiviso per tematiche egli esplora varie possibilità e aspetti di approfondimento delle tematiche dell’identità, delle soggettività e dell’appartenenza sportiva nella realtà (eterogenea) della società uruguaiana. In tale prospettiva interpreta anche il coinvolgimento dei differenti tipi di tifosi e di barras nelle rappresentazioni simboliche e nelle attività legate agli assembramenti.

Il libro Torcidas Organizadas na América Latina si rivela essere un opera di riferimento sulla tematica, apportando una varietà interessante e rilevante di esperienze e questioni presentate e delineate in modo chiaro. Può inoltre vantare una certa originalità in virtù del taglio che propone. Per quanto già esistessero dei lavori sul tifo nel sub-continente – e tra questi merita una menzione speciale il pionerismo del ricercatore argentino Pablo Alabarces7 – vi sono molte questioni ancora poco esplorate all’interno di quest’ambito. Tra queste quella della violenza, che preoccupa sempre più le autorità e le figure coinvolte nello sport nella regione (e che spesso viene ancora combattuta in maniera errata). L’opera ha come merito principale quello di offrire al lettore (non soltanto latino-americano e/o accademico) uno sguardo panoramico e introduttivo sulle relazioni tra calcio e società secondo una prospettiva che permette di pensare oltre il prisma limitante dello Stato-nazione o delle norme del senso comune.

Notas

1 BURKE, Peter, A ideia de América Latina, in BURKE, Peter, O historiador como colunista, Rio de janeiro, Civilização Brasileira, 2009, pp. XX-XX.

2 Con il termine barra l’Autore si riferisce ad un tipo di tifoseria perlopiù giovanile e più animato della norma [ N.d.T.]

4 Legislazione promulgata in Brasile nel 2002 con la quale si è cominciato a trattare specificamente degli spettatori delle partite di calcio.

5 Tra le tifoserie latinoamericane è invalsa l’usanza di introdurre estintori caricati con i colori della squadra;  questi vengono impiegati in alternativa (o assieme) ai fumogeni per i festeggiamenti [NdT].

6 Le porras si distinguono dalle barras in quanto si configurano più come “confraternite” di amici ed eventualmente dei rispettivi parenti e presentano uno “stile di tifo” meno violento [N.d.T.]

Pablo Alabarces è uno dei più importante intellettuali dell’America Latina, specialista nell’indagine sulle connessioni tra calcio e società. L’autore è considerato in questo campo um pioniere per opere come ALABARCES, Pablo (comp.), Futbologías. Fútbol, identidad y violência en América Latina, Buenos Aires, CLACSO, 2003; ma anche per lavori di riferimento sul tema come: ID., Fútbol y Patria, Buenos Aires, Prometeo Libros, 2002; ID., Hinchadas, Buenos Aires, Prometeo Libros, 2005.

Daniel Vinícius Ferreira – È titolare di un dottorato di ricerca binazionale in Storia presso l’Università Federale del Paraná (UFPR) e l’Universitat Autònoma de Barcelona (UAB). Si occupa del tema delle identità e delle appartenenze nella globalizzazione del calcio riservando una particolare attenzione ai clubs spagnoli e brasiliani. Attualmente è ricercatore presso l’UFPR nel Nucleo di Studi “Futebol e Sociedade” (NEFES).

Graziano Mazzocchini – Dottorando in Filosofia Contemporanea presso l’Università Federale di Minas Gerais (UFMG), Brasile, ha conseguito la laurea triennale e la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Bologna. Si occupa perlopiù del pensiero di Michel Foucault e di teoria critica tedesca.

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