Clio nei socialismi reali. Il mestiere di storico nei regimi comunisti dell’Europa orientale | Stefano Santoro e Francesco Zavatti

Luciano Cheles e Alessandro Giacone
Stefano Santoro e Francesco Zavatti | Fotos: AcademiaEdu e Baldic Worlds

Il lavoro curato da Stefano Santoro e Francesco Zavatti affronta l’arduo compito di ricostruire e analizzare l’uso strumentale della storia e il conseguente rapporto degli storici con i regimi comunisti dell’Europa orientale. La materia è molto complessa poiché riguarda sia l’autonomia di giudizio e il coraggio degli intellettuali di difendere le proprie idee in regimi autoritari, sia gli effetti sui lavori prodotti dagli aspetti più concreti/quotidiani della loro vita e la condivisione da parte di molti di loro dell’ideologia dominante e dell’impostazione data alla ricerca storica.

Clio nei SocialismiL’opera si sviluppa lungo un arco di tempo compreso tra l’instaurazione, il consolidamento, la crisi e il crollo dei regimi comunisti e si inserisce nel ristretto campo di studi delle storiografie sul periodo e in quello più ampio della generale valutazione dell’impegno dello storico e della sua incidenza sulla realtà nella quale è inserito. L’ultimo aspetto rende potenzialmente fruibile il volume anche a un pubblico di non specialisti a conoscenza delle vicende successive al secondo conflitto mondiale e poco vicini alle problematiche storiografiche. Tre interventi di Alberto Basciani, Fabio Bettanin e Mark Sandle completano il volume nella sezione Bussole.

Il rapporto tra storici, istituzioni di ricerca e potere, fra autonomia professionale e servizio politico, costituisce, a detta dei curatori, uno dei grandi temi affrontati in questo volume1 e contribuisce a dare concretezza all’aspetto solo apparentemente generico e in realtà fondamentale della gestione della libertà intellettuale dello storico. Lo scenario è quello dell’Europa della costituzione dei due blocchi, della Guerra fredda, di un conflitto temuto, minacciato, ma non esploso grazie all’equilibrio del terrore; periodo in cui i nuovi stati avevano necessità di rafforzare le proprie fondamenta, di acquisire legittimità interna e, nel caso della Repubblica democratica tedesca, anche internazionale. La gestione della memoria, la ricostruzione e interpretazione del passato per giustificare il presente diventa elemento importante di una nuova realtà in cui la condivisione di valori e di idee avrebbero dovuto decretare la vittoria del modello politico sovietico su quello statunitense.

Il libro è strutturato in tre sezioni e ognuna di esse affronta un aspetto particolare del rapporto di Clio, musa della Storia erede dalla madre Mnemòsine del potere di ricordare, con i regimi al governo. La fase del controllo di questi ultimi sugli storici è sviluppata nella prima sezione: assieme al possibile compromesso con cui questi, pur seguendo le direttive governative, riuscirono, quasi miracolosamente, a ritagliarsi degli spazi di autonomia è trattato il loro atto più intriso di coraggio, la manifestazione della propria resistenza al governo accettandone il prezzo da pagare.

Zavatti analizza con mano sicura e ricchezza di dettagli per il periodo compreso tra stalinismo e destalinizzazione i mutamenti nelle istituzioni culturali, le ambiguità e l’adeguamento di molti tra gli storici alle nuove regole e alla narrazione di una memoria nazional-comunista2.

Per legittimare il proprio ruolo dominante nell’Europa orientale post-bellica, l’Urss ebbe bisogno anche di una politica culturale che indirizzasse la ricostruzione delle varie storie nazionali in senso a essa favorevole, utilizzando una rinnovata ideologia panslava che facesse da collante e da premessa a quella sovietica. Per la realizzazione di tale obiettivo, come evidenzia Szumski, i dipartimenti culturali del Comitato centrale del PCUS impartirono ascoltate direttive alle istituzioni culturali delle democrazie popolari3.

La vicenda di Jürgen Kuczynski storico dell’economia, marxista militante nella Germania orientale, è descritta da Paul Maurice per dimostrare quanto rischioso fosse tentare delle interpretazioni autonome più aperte alla storiografia occidentale, al punto da subire l’allontanamento da quella ufficiale della Rdt pur rimanendo all’interno dell’impostazione ideologica marxista4.

Il nazionalismo di stampo neo-sovietico di Aljaksandr Lukašènka, al potere in Bielorussia dal 20 luglio 1994, ha portato a un’ulteriore riformulazione della storiografia bielorussa con l’aggiunta alla fase sovietica e alla successiva fase nazionalista dopo il periodo della perestrojka, della neosovietica sorta alla fine del XX secolo e ancora perdurante. Anna Zadora studia in maniera approfondita questo ulteriore aspetto dell’uso, o forse abuso, della storia e fornisce un ulteriore elemento di riflessione: le omissioni dei fatti contribuiscono alla creazione di una nuova narrazione storica più delle false o parziali ricostruzioni eseguite ad usum delphini. Il caso trattato riguarda la completa soppressione dai testi scolastici bielorussi del collaborazionismo con i tedeschi o la sua limitazione a un fenomeno composto da sporadiche frange di traditori controrivoluzionari5.

La seconda sezione consta di tre saggi ed è forse quella più complessa per la ricchezza delle fonti analizzate e le tematiche affrontate e dedicate ad un confronto tra storiografie. Patryk Pleskot spiega le somiglianze metodologiche esistenti tra alcuni storici polacchi e l’ambiente delle «Annales» francesi nel periodo 1956-89 6.

Nel periodo interbellico si sviluppò l’interesse per la storia sociale ispirata a Braudel, in opposizione alla storia événementielle. Le affinità metodologiche tra Bloch, Febvre, Bujak, Rutkowski non testimoniano soltanto la ricerca di un più completo metodo di analisi, ma anche la particolarità del regime polacco in parte più tollerante rispetto a quello degli altri paesi comunisti. Nello studio dedicato all’attività di Karl Drechsler sulla Guerra fredda, Ghislain Potriquet approfondisce la difficile situazione in cui si trovavano gli americanisti tedescoorientali poiché oggetto della loro professione era il nemico d’elezione del mondo comunista; storici in grado però come nel caso di Drechsler, secondo Potriquet, di prendere una posizione deliberatamente ambigua di ossequio alle direttive governative e di originalità delle proprie ricerche. Scelta compiuta con grande coraggio dato il rigido controllo esercitato dalla Stasi sugli intellettuali7.

Sait Ocakh dedica il suo contributo ad una comparazione degli studi sui tatari del Canato di Crimea nelle opere del sovietico Aleksey Novoselsky e del polacco Bohdan Baranowski8.

I lavori della terza parte del volume approfondiscono il tema dell’uso pubblico della storia, della sua utilizzazione per costruire miti atti a creare consenso e senso di appartenenza. Al rapporto tra Clio e i miti nazionali in Europa orientale durante il “socialismo reale” è dedicato il documentato saggio di Stefano Santoro il cui incipit chiarisce immediatamente i termini della ricerca: «l’uso pubblico della storia nei paesi del “socialismo reale” fu frequentemente caratterizzato da riferimenti al patrimonio mito-simbolico nazionale preesistente alla creazione di quei regimi […] allo scopo di garantirsi un più largo consenso tra le masse» 9. I nuovi regimi si presentano come parte conclusiva di un percorso evolutivo iniziato nei secoli precedenti e del quale la Rivoluzione di Ottobre era stata la logica conseguenza. Valutazione interessante e probabilmente applicabile a tutti i sistemi politici a tendenza autoritaria che abbiano necessità di rafforzare le basi del proprio potere. Santoro spiega come i partiti comunisti divennero difensori delle rispettive storie nazionali, ma di quelle ricostruite secondo il proprio interesse si potrebbe aggiungere, poiché quelle non reinterpretate alla bisogna avrebbero evidenziato dei contrasti di lungo periodo con gli altri stati comunisti divenuti alleati. L’elemento di unione tra le differenti storie nazionali fu costituito dalla classe operaia e ciò consentì alle nuove ricostruzioni ufficiali di non allontanarsi troppo dal pensiero di Marx per il quale, come l’Autore scrive, il soggetto del processo storico non erano le nazioni, bensì la classe operaia al progresso della quale concorreva la stessa idea nazionale di origine borghese, il cui successo avrebbe favorito la creazione delle precondizioni della rivoluzione socialista. La reinterpretazione del nazionalismo portò al contatto con alcuni suoi elementi costitutivi, come l’antiebraismo che trovò una fiorente stagione anche nel periodo della Guerra fredda. I miti tradizionali furono recuperati in Cecoslovacchia, in Polonia, in Romania, in Ungheria. Le lotte contro l’Impero ottomano e quelle contro la Germania nazista servirono a nascondere le differenze esistenti e a costruire una fittizia comunanza di sviluppo tra le democrazie popolari.

Il legame esistente tra l’uso pubblico della storia e il tempo in cui esso è esercitato viene sviluppato da Daniel Perez, dimostrando come la ricostruzione e la narrazione delle relazioni jugoslavo-albanesi fossero legate allo scenario internazionale in cui erano inserite, con riferimento al periodo antecedente e a quello successivo la crisi del Cominform10.

L’ampio spettro di esame dell’uso pubblico della storia è completato dall’interessante saggio di Perrine Val dedicato all’uso del cinema per costruire e raccontare delle storie finalizzate al rafforzamento dell’immagine internazionale del paese produttore. In questo caso la filmografia è quella della Rdt dedicata alla Resistenza contro il nazi-fascismo nel periodo 1949-69. Il saggio è interessante poiché affronta i tentativi di uno stato appena nato di ottenere visibilità e credibilità interna e internazionale. Citando Martin Sabrow, la studiosa francese pone l’ipotesi della ricerca di una “legittimità secondaria” cercata tramite una riscrittura della «storia tedesca per persuadere gli abitanti del successo socialista» 11. Il cinema fu coinvolto in questa impresa. La Deutsche Filmaktiengesellschaft (DeFa) divenne parte attiva del difficile tentativo di costruzione di una nuova identità tedesco-orientale. Val ci informa correttamente dell’influenza del neorealismo italiano sui film prodotti dalla DeFa nel periodo 1946-1949, quando si raccontava delle macerie materiali e interiori lasciate dalla guerra. Dal 1949 in poi cominciò la costruzione del mito del resistente tedesco impegnato a prezzo della vita contro i nazisti. Il saggio analizza i più significativi film prodotti nella Rdt il cui messaggio diretto agli spettatori è di assunzione di orgoglio, poiché sono loro gli eredi di quegli eroi, e soprattutto di accettazione di responsabilità poiché di quel sangue versato per liberarli dal nazismo avrebbero dovuto essere degni. Il passo successivo fu la realizzazione di film che dessero un volto europeo della Resistenza al fascismo con protagonisti anche francesi in secondo piano rispetto a quelli polacchi e soprattutto tedeschi tutti di comprovata fede comunista. La passione per il cinema dell’Autrice è molto evidente, ma non va a discapito della completezza delle informazioni, grazie alle quali il lettore apprende che la mitizzazione delle figure della Resistenza fu anche un fenomeno francese. Citando Sylvie Lindeperg12, Val informa che i film francesi del secondo dopo guerra contribuirono a creare il mito di una Francia compatta e tutta schierata contro i nazisti.

Il volume è ben fatto. La scelta del tema indubbiamente coraggiosa, data la sua vastità che ha richiesto agli Autori dei saggi un complesso sforzo di sintesi che non ledesse la ricerca della completezza delle informazioni e della loro valutazione. La scrittura scorrevole, merito dei traduttori, e la concatenazione degli argomenti allargano la fruibilità di un tema molto importante, accrescendone il potenziale impatto. I saggi posseggono un importante corredo di citazioni bibliografiche completate da una bibliografia molto ricca.

L’individuo più o meno solitario che si occupa di storia in compagnia delle proprie paure e dei propri ideali è l’indiscusso protagonista della prima parte del volume, per poi essere soppiantato dalle istituzioni culturali e dalle scelte dei Comitati centrali dei partiti comunisti dell’Europa orientale, soprattutto da quello del PCUS che tutto pretendeva di dirigere, ma che alla fine qualche margine di autonomia dovette lasciare, consentendo la sopravvivenza di memorie e miti nazionali che avrebbero contribuito alla fine dell’esperienza comunista.

Circa l’individuo di cui sopra, si dovrebbe forse dire che la decisione di accettare le richieste dei vari regimi fu spesso presa poiché in quelle direttive si identificava e per le altre richieste – quelle imposte – il controllo e i mezzi di ritorsione di governi totalitari e violenti furono tali da incrinare il coraggio più forte. Resta il fatto che la rivendicazione della propria autonomia-libertà di giudizio dovrebbe caratterizzare chiunque pensi di essere uno storico.

Notas

1 SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, Introduzione, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco (a cura di), Clio nei socialismi reali, Milano, Edizioni Unicopli, 2020, p. 8.

2 ZAVATTI, Francesco, Il mestiere di storico nell’Europa dell’Est tra stalinismo e destalinizzazioni, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 21-35.

3 SZUMSKI, Jan, Le politiche storiografiche dell’Unione Sovietica verso i paesi slavi del blocco orientale. Strutture formali e istituzionali, 1945-1989, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 37-57.

4 MAURICE, Paul, La scrittura della storia nella Repubblica democratica tedesca attraverso il prisma della destalinizzazione sovietica. Controversie storiografiche e politiche intorno alle opere dello storico Jürgen Kuczynski, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 59-72.

5 ZADORA, Anna, Gli storici sotto il peso della pressione politica, tra sottomissione e resistenza. Alcune riflessioni sul contesto bielorusso, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 73-95.

6 PLESKOT, Patryk, Nonostante la Cortina di ferro. Un tentativo di spiegazione riguardo al fenomeno delle somiglianze metodologiche fra alcuni storici polacchi e l’ambiente delle «Annales» francesi, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 99-119.

7 POTRIQUET, Ghislain, Karl Drechsler, uno storico tedesco(-orientale) della Guerra fredda, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 121-134.

8 OCAKH, Sait, L’immagine dei tatari di Crimea nelle opere di Aleksey Novoselsky e Bohdan Baranowski. Uno studio comparativo sull’interpretazione della storia da parte dei sovietici e dei comunisti polacchi, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 135-149.

9 SANTORO, Stefano, Clio e i miti nazionali in Europa orientale durante il “socialismo reale”, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 153-175.

10 PEREZ, Daniel, Rappresentazioni di unità e di frattura nei Balcani. La narrazione delle relazioni fra Albania e Jugoslavia da parte del socialismo albanese prima e dopo la crisi del Cominform, in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., pp. 177-198.

11 VAL, Perrine, La Resistenza vista dal cinema della Rdt (1949-1969), in SANTORO, Stefano, ZAVATTI, Francesco, op. cit., p. 200.

12 Ibidem, p. 211. Cfr. LINDEPERG, Sylvie, Les écrans de l’ombre. La Seconde Guerre mondiale dans le cinéma français, 1944-1969, Paris, Éditions Points, 2014 [ed. originale: Paris, Éditions du CNRS, 1997]


Resenhista

Cesare La Mantia – PhD. Associato di Storia dell’Europa orientale presso il Corso di laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche del DiSPeS-UniTs. I suoi ultimi lavori sono: Manfredi Gravina Alto Commissario della SdN nella Città Libera di Danzica (1929-1932), in ILARI, Virgilio (a cura di), Italy On The Rimland. Storia Militare Di Una Penisola Eurasiatica, t. I, Intermarium, Roma, Società italiana di Storia militare, 2019, pp. 343-360; Transizione e corruzione nell’Europa post comunista: Il caso polacco» in Legalità e democrazia, in RANDAZZO, Francesco (a cura di), Tricase, Libellula, 2019, pp. 91-126; «La stagione di Moda Polska nella Polonia socialista: aspetti interni e internazionali», in Mondo contemporaneo, 2-3/2020, pp.343-360.


Referências desta Resenha

SANTORO, Stefano; ZAVATTI, Francesco (Eds). Clio nei socialismi reali. Il mestiere di storico nei regimi comunisti dell’Europa orientale. Milano: Edizioni Unicopli, 2020. Resenha de: LA MANTIA, Cesare. Diacronie – Studi di Storia Contemporanea, v.47, n.3, p.244-250, out. 2021. Acessar publicação original [DR]

 

Deixe um Comentário

Você precisa fazer login para publicar um comentário.